
I CINQUE FILM FINALISTI DELLA TERZA EDIZIONE
Il criterio di valutazione adottato è stato quello di offrire, con la cinquina finalista, una riflessione e un dialogo a più voci sulla rappresentazione del femminile. Un soggetto e una sceneggiatura capaci di restituire la complessità sfaccettata e non soggetta a canoni stereotipati di una rappresentazione del tema. La varietà di generi e approcci stilistici, unitamente alla preferenza ove possibile per i titoli meno noti o premiati, è stato un altro elemento di giudizio. Dalla selezione sono inoltre stati esclusi i film distribuiti in più di 150 copie nella seconda settimana di uscita.
La scelta dei 5 titoli (sui 23 iscritti a concorso) è il risultato del confronto tra noi e le studentesse del workshop del corso di Laurea Magistrale in televisione cinema e new media della Università IULM, referente la prof.ssa Luisella Farinotti. La discussione, ampia e argomentata, ha tenuto conto di vari elementi quali le opere prime, il genere, l’originalità della sceneggiatura, della rappresentazione e rappresentatività delle donne, la provenienza geografica ecc. e ha portato alla proclamazione dei seguenti finalisti:
ALPHA
Regia e sceneggiatura: Julia Ducournau
Interpreti: Mélissa Boros, Golshifteh Farahani, Tahar Rahim,
Paese: FRANCIA, BELGIO
Distributore: I Wonder Pictures
Ci sono film riassumibili in una frase. Un’adolescente di tredici anni (Alpha) vive con la madre medico mentre una misteriosa epidemia si diffonde. Non ci basta. Il film inizia durante una tempesta di sabbia rossa che ricorda l’atmosfera dell’Eternauta: un forte contrasto tra un fenomeno atmosferico (sabbia rossa / neve luminescente) e la sensazione di un’imminente apocalisse (virale / aliena). Qui, un’epidemia sconosciuta alla medicina (Aids, COVID sono sullo sfondo) trasforma le persone, rendendole rigide e, infine, marmorizzandole. In Fascismo di pietra, Emilio Gentile racconta la singolare e progressiva trasformazione del volto di Mussolini nella sua effige marmorea. Non sappiamo dove abbia tratto ispirazione la Ducournau, sicuramente il film esplora il sentimento della paura come fenomeno sociale, quanto velocemente la paura possa sconvolgere i valori di una comunità e, in questo, ricorda il film L’Onda (2008). ALPHA è un psychological horror drama, dove però l’orrore non sta nell’ombra ma è tutto nello slogarsi della quotidianità ordinaria, nella combinazione tra malattia e reazione sociale. La vulnerabilità (dell’adolescente protagonista, dello zio tossicodipendente, dei malati) è affrontata dalla regista come un unico oggetto contro il quale si scatena la risposta di una società deformata dalla perdita delle proprie certezze.
E si dovrebbe parlare anche della bravura di Ducournau che, forse, raggiunge il proprio climax nell’episodio della piscina dove rende omaggio al grande cinema (vedi Lo squalo) in una scena ad altissima tensione emotiva. Bisognerebbe entrare nel merito del tema centrale (il momento della separazione della adolescente dalla madre) trattato con grande delicatezza e profondità; soffermarsi sull’uso della colonna sonora come sceneggiatura nella sceneggiatura. C’è poi l’archetipo delle origini (berbere) e la tematica dello sradicamento. E pazienza se alcuni critici preferiscono soffermarsi su qualche imperfezione narrativa-formale o su dettagli di struttura. A noi è piaciuta la capacità di Ducornau di far esplodere l’irrealtà del reale, l’energia del pensiero e la magnificenza delle sue visioni.
GIOIA MIA
Regia e sceneggiatura: Margherita Spampinato
Interpreti: Aurora Quattrocchi, Marco Fiore, Martina Ziami, Camille Dugay
Paese: ITALIA
Distributore: Fandango
È un’estate in cui non succede nulla, o accade tutto, quella che l’undicenne Nico è costretto a passare nella casa in Sicilia dell’anziana prozia Gela, da cui lo dividono l’anagrafe, ovviamente, e abitudini e valori che più lontani non potrebbero essere. Che alla fine questi mondi si avvicinassero, a piccoli passi e per un cortocircuito finale imprevedibile, poteva essere scontato. Ma è il come che fa la differenza. In questo one-woman film (di Spampinato sono soggetto, sceneggiatura, montaggio, regia) niente è scontato, buttato lì per caso, per riempire una scena. Il film si avvale di perfetti dettagli di scenografia (gli interni sonnacchiosi e austeri della casa in cui Nico porta scompiglio, il vento che agita le tende nelle vecchie stanze – o sono gli spiriti? -, la luce sul mare dell’ariosa scena finale), e di brevi dialoghi che pescano nelle memorie autobiografiche dell’autrice. Tra pigri pomeriggi in cui i passatempi tecnologici sono banditi per Nico, e i rituali quotidiani di Gela fatti di preghiere o partite a carte con le amiche, i due protagonisti si spiano con diffidenza e curiosità. E entrambi alla fine, alla rivelazione di un dolore profondo che ciascuno porta nel cuore, si dispongono alla comprensione di ciò che da ignoto e diverso diventa vicinissimo e annulla le distanze. Non era facile – e in un film d’esordio per giunta – narrare questo processo senza cadere nel banale o nell’enfasi, o senza calcare sui tasti del sentimentalismo. Pericoli evitati. Non c’è bisogno di plateali dimostrazioni di affetto tra i due: ma una barriera è stata infranta, e il processo di crescita riguarda anche l’ottuagenaria Gela, che trova nel bambino l’unico destinatario possibile di un segreto mai confessato.
Un film anche corale, perché l’universo dei due protagonisti è popolato da un microcosmo femminile descritto con umoristico realismo, quello delle amiche di Gela, burbere e accudenti; e dell’istintiva Rosa, coetanea di Nico, che riesce a distrarlo con i suoi giochi impetuosi dal malinconico rimpianto per la persona più cara, perduta.
IL RAPIMENTO DI ARABELLA
Regia e sceneggiatura: Carolina Cavalli
Interpreti: Benedetta Porcaroli (Holly), Lucrezia Guglielmino (Arabella), Chris Pine, Eva Robin’s, Marco Bonadei
Paese: ITALIA
Distributore: Piper Film
Arabella ha sette anni. È una bambina esuberante e fin troppo sveglia, in contrasto con il padre, un noto scrittore a cui lei non manca di rinfacciare di non esserlo quanto Jonathan Franzen. Holly è una ragazza solitaria e insoddisfatta, in conflitto con il mondo. Quando le due si incontrano nel parcheggio del fast food Taco King, Holly si convince che l’universo, sdoppiandosi, abbia creato un altro piano temporale, e di trovarsi perciò davanti a se stessa, bambina. Holly, dal canto suo, asseconda Arabella per poter fuggire. Non la contraddice, anzi le dà spago. Ne nasce così un rocambolesco road movie in cui le due percorrono situazione assurde e fantastiche, sospese in una atmosfera surreale. Quando la verità viene a galla, e l’universo si ricompone, Arabella si troverà a fare i conti con un rapimento involontario. Il finale è intenso e commovente. Le battute caustiche, unite alle prove attoriali delle due interpreti, rendono il lungometraggio un esempio di cinema originale e affascinante. Al suo secondo ciak, Carolina Cavalli scrive e dirige un film che ci parla di identità, solitudine, del trovarsi e sapersi accettare, e lo fa in modo poetico, graffiante e delicato e, in alcuni momenti, decisamente esilarante.
LE DONNE AL BALCONE
Regia: Noémie Merlant
Sceneggiatura: Noémie Merlant, Céline Sciamma
Interpreti: Souheila Yacoub, Sanda Codreanu, Noémie Merlant, Lucas Bravo
Paese: FRANCIA
Distributore: Officine UBU
The Balconettes è una commedia nera che esplode sotto il sole cocente di un’estate a Marsiglia. È la storia di tre vicine di casa in un caseggiato che cita apertamente La finestra sul cortile di Hitchcock, dove il voyeurismo diventa miccia per tutto ciò che segue.
Protagoniste Nicole, l’aspirante scrittrice che spia il dirimpettaio per trarne un racconto, Ruby la webcam girl per la quale il rapporto col maschile è disinvolto e frequente, e l’enigmatica attrice Élise, interpretata dalla regista stessa,
Quando le amiche accettano l’invito del fascinoso vicino (Lucas Bravo), la serata degenera: l’uomo si rivela violento e accidentalmente finisce ucciso. Niente polizia, niente confessioni, niente uomini, uscirne è una questione di donne tra donne. La Merlant, (con Céline Sciamma, coautrice della sceneggiatura) dalla metà film in poi avvelena ogni certezza morale assegnando alle tre moschettiere monologhi manifesto e resa dei conti. Alternando l’assurdo e il grottesco, la regista firma il proprio manifesto su amicizia e solidarietà femminile. Provocatorio e sfrontato alla Dario Argento, colorato alla Almodóvar, questo film è per noi la più incendiaria celebrazione della rabbia femminile. Una ventata di freschezza e un “manifestar cantando”.
THE UGLY STEPSISTER
Regia e sceneggiatura: Emilie Blichfeldt
Interpreti: Lea Myren, Ane Dahl Torp, Thea Sofie Loch Næss, Flo Fagerli
Paese: NORVEGIA, POLONIA, SVEZIA, DANIMARCA
Distributore: I Wonder Pictures
The Ugly Stepsister va dove nemmeno The Substance aveva osato portarci. Verminose tenie, inquadrature pornografiche, dita dei piedi mozzate con tanto di mannaia e aghi nelle palpebre sono solo un assaggio del body horror più apprezzato dell’anno (2025). Ottima fotografia, tanto cinema, costumi, luce, dialoghi conditi con una colorimetria a tinte pastello e rosa. È la storia di Cenerentola. Protagonista la sorellastra (Elvira). Tutti i personaggi, inesorabilmente e in modo terrificante, ruotano intorno al suo disperato abbellimento, costi quel che costi, per essere scelta da un principe che parla “la lingua dello sperma”. Se l’attributo vi disturba accostatevi con cautela a questo film. Però guardatelo perché, a dispetto di tutto, rimane un bel lavoro: coinvolgente, effetti speciali riusciti, i soggetti ben sviluppati – a partire da Elvira che risulta una figura complessa, sofferente, autodistruttiva. Si vorrebbe quasi quasi tifare per lei ma la regista norvegese, dalla metà del racconto in poi, non lo permette. E non parliamo della “Cenerentola peggiore del mondo” (il conterraneo Joachim Trier è sotto traccia nel creare queste personalità irritanti), davvero insopportabile. Solo la seconda “sorellastra”, Alma, mascolina e abbastanza assennata per chiamarsi fuori dal ballo dell’avidità, sembra distinguersi dal grottesco gruppo e, forse, incarna l’occhio impotente ma benevolo della Blichfeldt. Disturbante come Cronenberg, surreale alla Lynch, questo film è per noi la migliore denuncia dell’ossessione per la bellezza e del mercato tossico che la alimenta.